La resilienza dei popoli – non più opzione ma necessità.

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Il termine Resilienza ha diversi significati, e col passare del tempo ne sta assumendo sempre di nuovi. In ingegneria, la resilienza è “la capacità di un materiale di resistere a forze impulsive”, ovvero, “la capacità di resistere ad urti improvvisi senza spezzarsi”, mentre in informatica, la resilienza è “la capacità di un sistema di adattarsi alle condizioni d’uso e di resistere all’usura in modo da garantire la disponibilità dei servizi erogati”.

In psicologia invece, la resilienza viene vista come “la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà”. “La capacità umana di affrontare le avversità della vita, superarle e uscirne rinforzato o, addirittura, trasformato”. (Grotberg, 1996). In ecologia e biologia il termine è senza dubbio più familiare. In questo contesto la resilienza è “la capacità di un ecosistema (inclusi quelli umani come le città) o di un organismo, di ripristinare l’omeostasi, ovvero la condizione di equilibrio del sistema, a seguito di un intervento esterno (come quello dell’uomo) che può provocare un deficit ecologico, ovvero l’erosione della consistenza di risorse che il sistema è in grado di produrre rispetto alla capacità di carico”. In poche parole resilienza e sostenibilità vanno a braccetto quando un sistema è in grado di “mantenere il proprio funzionamento nonostante un cambiamento o uno shock subito dall’esterno”. Per capire meglio, la riduzione delle emissioni di CO2 senza la costruzione della resilienza è, in definitiva, del tutto inutile. Questa citazione forse può chiarire il concetto:

Nel 1990 visitai la valle di Hunza nel Pakistan, un luogo che fino all’apertura dell’autostrada Karakorum nel 1978, era rimasto isolato dal reso del mondo. Mi trovai di fronte ad una società che riusciva a vivere secondo le proprie possibilità e aveva sviluppato un incredibile e sofisticato e allo stesso tempo semplice, modo per farlo. Tutti gli scarti, compresi i rifiuti umani, venivano diligentemente riciclati e ritornavano nel ciclo naturale. (…)Ovunque c’erano albicocchi, meli, ciliegi, mandorli e ogni sorta di alberi da frutto, tutt’attorno sotto gli alberi crescevano patate, orzo, frumento e altri tipi di ortaggi. (…)Gli edifici costruiti con mattoni di fango del luogo erano caldi di inverno e freschi d’estate. Semplicemente Hunza è il luogo più bello, tranquillo, ricco e felice che abbia mai visitato in vita mia. Se in quel momento Hunza fosse rimasta tagliata fuori dal resto del mondo, se ci fosse stata una crisi dell’economia globale, i suoi effetti sarebbero stati minimi sulla valle di Hunza. I suoi cittadini erano troppo resilienti, felici e legati tra loro per risentirne. Non voglio cadere in romanticismo e idealismo, ma sono cresciuto in una società dove il festival del carburante fossile si è svolto a pieno regime grazie ad una cultura che ha cercato di eliminare costantemente ogni orma di resilienza: bollando le persone che volevano vivere “all’antica” come stupide e allo stesso tempo diffondendo la convinzione che il progresso fosse inevitabile. Contro una cultura basata sulla sua capacità di funzionare a prescindere dalle condizioni esterne, di essere autosufficiente e quindi, di prosperare. Dal 1990 a oggi anche Hunza si è globalizzata, con un mercato oggi dedito all’esportazione. Si iniziò col fertilizzante, poi col cemento, i primi cibi zuccherati e bevande gasate. Poi il processo di attacco alla resilienza iniziò per davvero e, come in ogni altra parte del mondo, avanzò molto rapidamente, tanto che oggi sarei sorpreso se gli sforzi per lo sviluppo fossero stati indirizzati verso un mantenimento dell’autosufficienza della valle. (Rob Hopkins)

La Resilienza e i miti della Globalizzazione

Resilienza non è solo un sinonimo di autosufficienza e rispetto dell’ambiente, e non si limita a delineare un sistema chiuso al resto del mondo. La resilienza non rema contro le forze esterne, come l’avvento della globalizzazione per esempio, ma tenta di equilibrarle. Significa esser in grado di sfruttare la rete globale senza tuttavia esserne schiavi. Potremo definirla anche come autosufficienza attiva, non indifferente o passiva, non fine a se stessa. “Pensa globale, agisci locale” è uno dei tanti motti che la accompagnano. Una realtà resiliente non è estranea al resto del mondo, ne è parte integrante, ma nel caso di una crisi economica globale come quella che stiamo vivendo, non si troverebbe in grave pericolo come potrebbero esserlo realtà meno resilienti. Se infatti una comunità è produttrice della gran parte dei propri beni primari in maniera sostenibile, l’aumento dei costi del carburante non influirà sul prezzo dei beni primari, quelli necessari alla sopravvivenza.

La rapida diffusione della globalizzazione è stata possibile solo grazie al basso costo dei carburanti liquidi fossili e non esistono sostituti in grado di sopperire alle quantità di cui ne facciamo uso; quindi la scelta di orientarsi verso stili di vita basati sull’efficienza energetica e produttiva non è un opzione, ma una necessita per l’umanità. La nostra attuale cultura si basa su storie, su miti che tutti noi diamo per scontati;

  • Che in futuro saremo più ricchi di adesso 
  • Che la crescita economica possa proseguire all’infinito
  • Che siamo diventati una società talmente individualista da considerare semplicemente impensabile un obiettivo comune; 
  • Che il possedere le cose ci rende felici 
  • Che la globalizzazione è un processo inevitabile al quale noi tutti dobbiamo adattarci, dove non è solo impossibile concepire di arrestarla ma persino di non esserne schiavi.

Non ha più molto senso discutere se le forze che guidano la globalizzazione siano inique, ingiuste o distruttrici senza pietà delle culture locali e dell’ambiente. E’ meglio concentrarsi sul “tallone d’Achille” della globalizzazione, il suo grado di dipendenza dal petrolio, di fronte al quale non esiste altra protezione all’infuori della resilienza. La cosa più preoccupante è che i governi nazionali son lenti a capire e reagire a questi problemi, con troppi interessi economici volti a mantenere le cose così come stanno. Abbiamo bisogno di nuove storie, che ci parlino di nuove possibilità;che ci rimettano nel posto giusto, rispetto al mondo in cui viviamo; che ci spingano a vedere i cambiamenti futuri come ricchi di possibilità;che, in definitiva, ci diano la forza di riemergere. Il tempo in cui si vedeva la globalizzazione come un mostro inattaccabile e invincibile, oppure si pensava alla localizzazione come unica scelta di vita, è finito. E’ autocollassato. 

(Transition Handbook)

Non mi spaventa un mondo con meno consumismo, meno “cose” e una minore crescita. In realtà son molto più spaventato dall’idea che un mondo che ha utilizzato concime chimico per campi fertili possa durare ancora a lungo rendendo le comunità non in grado di sostenersi da sole. Son molto più spaventato da una realtà come la Sardegna, il posto in cui sono cresciuto, dove un milione e mezzo di persone che la popolano hanno a disposizione un terreno sconfinato ma comprano la frutta dalla Spagna. Hanno a disposizione il mare su ogni fronte ma importano il pesce dal Giappone e il Nord Europa. Hanno un archeologia e storia antica quanto il mondo ma costruiscono industrie; e in alcuni casi son talmente ambientalisti da considerare dannosa persino l’energia rinnovabile. Una terra, non troppo diversa dalla condizione del resto d’Italia, dove le persone hanno la ricchezza di secoli di tradizione e prodotti locali ma non sono in grado di lavorare insieme per elevarne la grande qualità, che sempre più cede il passo a prodotti fatti in serie, ricchi di conservanti e coloranti chimici provenienti da chissà dove. Il loro prezzo è generalmente inferiore è questo è uno dei motivi principali che ci spingono a comprare prodotti di questo tipo. Tuttavia esistono numerose e replicabili iniziative intraprese a livello locale da diversi comuni, movimenti e associazioni, senza la necessità di dover cambiare prima la legislazione nazionale o l’intero sistema economico. Semplici iniziative eppure estremamente efficaci, dai movimenti di transizione e decrescita, alla valorizzazione dei terreni pubblici; dalle cooperative ai parchi nazionali. Ma anche piccoli progetti come la casa del latte, dell’acqua e dell’olio strumenti capaci di tamponare quell’incapacità generazionale di molti produttori ormai ridotti alla fame ma comunque  non in grado di cooperare nello stesso territorio. Progetti come le monete complementari, il Pfand, l’Effecorta e molti altri.

Non possiamo dunque aspettarci che un simile rinnovamento giunga esclusivamente per mano dei governi, devono essere le realtà locali le prime a mobilitarsi. Prendere esempio da paesi come Hunza, che consideriamo invece sottosviluppati. Tornare a valorizzare le proprie risorse locali, per lo meno a livello primario, dai cibi ai materiali per l’edilizia; prodursi gran parte dell’energia di cui si ha bisogno; gestire direttamente il proprio territorio. Essere padroni delle proprie prime necessità è l’unico modo per iniziare a rivalutare la disoccupazione come semplice insoddisfazione sociale e non più come una negazione del diritto alla vita. Per iniziare a produrre per vivere e smetterla di vivere per produrre, strumenti che ridanno vita alla resilienza e offrono concretamente la possibilità di uno straordinario rinascimento: economico, culturale e spirituale.

GLA

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